martedì

Kant e la "Critica della ragion pratica"


Secondo il filosofo il criterio dell'azione risiede nell'uomo e, in particolare, in una legge morale iscritta nel suo animo quale "fatto della ragione" incondizionato e universale, che s'impone come dovere

Distinguendo tra imperativi ipotetici (condizionati, del tipo "se vuoi essere onorato, rispetta la parola data") e imperativi categorici (incondizionati, del tipo "non mentire mai"), Kant sostiene che la morale si fonda solo e unicamente su questi ultimi

L'etica kantiana, pertanto, si configura come un'etica "formale", in quanto non prescrive comportamenti particolari, bensì solo la "forma" delle azioni morali che, per essere tali, devono corrispondere al principio di universalizzazione

Secondo il principio di universalizzazione, un'azione si definisce morale se si può volere che questa diventi legge, una norma di comportamento di tutti gli uomini. 
Kant, poi, amplia tale principio attraverso tre celebri formulazioni dell'imperativo categorico:
  1. "agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale"
  2. "agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo"
  3. agisci in modo tale che "la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice"
Una conseguenza essenziale della creazione della morale sulla ragione è il fatto che addirittura la religione ne risulta condizionata.


Le più importanti credenze e convinzioni religiose, quali l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, coincidono perfettamente con i postulati della ragion pratica

Quest'ultimi ineriscono alla morale come condizioni della sua stessa pensabilità, libertà ed esistenza.

E' necessario affermare che un Dio, onnipotente e intelligente, mediante il quale si può pensare che il bene ricerca nella vita morale e dato dall'unione di felicità e virtù sia possibile; nel medesimo modo, dato che il bene non è conseguibile entro i limiti della vita sulla Terra, bisogna postulare una vita successiva alla morte in cui sia realizzabile progredire verso di esso. 


Dio e l'anima non sono oggetto di dimostrazione, ma rappresentano una ragionevole speranza per l'uomo. 
In ciò consiste il "primato" della ragion pratica rispetto alla ragion pura: sul piano pratico la ragione ammette proposizioni che sarebbero inammissibili dal punto di vista teoretico.

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