John Locke nasce a Wrington nel 1632.
In quel periodo tutta l'Inghilterra viveva uno dei periodi più tormentati della storia inglese: la rivoluzione inglese guidata da Oliver Cromwell che culminò con la decapitazione di Carlo I.Studia a Oxford, dove in seguito insegna, e diventa maestro delle arti. Locke qui si occupa della filosofia di Cartesio e Hobbes, di studi naturali e di medicina, sebbene non arriverà mai a diventare dottore.
A 35 anni diventa segretario del conte di Shaftesbury, esponente del partito whig, e si occupa attivamente di economia e politica.
Nel 1682, dopo essere tornato dalla Francia, è costretto a fuggire in Olanda poiché visto con sospetto dai sostenitori della monarchia.
Durante il soggiorno in Olanda prende parte all'organizzazione per la spedizione di Guglielmo D'Orange, al cui seguito torna in patria nel 1689. Diventa così il filosofo del nuovo regime liberale.
Muore nell'Essex nel 1704.
⬥ LE OPERE
Tra le principali opere di Locke ricordiamo la "Lettera sulla tolleranza" pubblicata nel 1689, "Due trattati sul governo civile" usciti nel 1690 e infine uscito nello stesso anno "Saggio sull'intelletto umano" e "Pensieri sull'educazione".
⬥ L'INDAGINE CRITICA DELLE FACOLTÀ CONOSCITIVE
John Locke (1632-1704) è il padre dell'empirismo moderno.
La sua opera più impegnativa, il Saggio sull'intelletto umano, segna un'inversione di rotta rispetto alla filosofia razionalistica, perché si propone un'indagine critica delle facoltà conoscitive con l'obiettivo di stabilirne possibilità e soprattutto limiti,affinché sia chiaro, prima di iniziare qualsiasi discussione o indagine filosofica, fin dove ci si possa spingere.
Nell'ottica di questo progetto, la ragione non viene più ritenuta assoluta e infallibile, come in Cartesio, ma viene ricondotta entro i confini dell'esperienza.
⬥ LA CRITICA DELL'INNATISMO
Nel Saggio sull'intelletto umano Locke chiarisce la propria riflessione, rifiutando la teoria delle idee innate e indicando nella sensazione e nella riflessione i fondamenti da cui hanno origine le nostre idee.
Il Saggio sull'intelletto umano,
che si compone di quattro parti, dedica significativamente la prima
alla critica delle idee innate, che consisteva nel ripulire il terreno
dai detriti che si incontravano sul cammino della conoscenza. Ora, tra questi detriti il filosofo annovera la teoria secondo cui vi sono alcuni principi o idee impressi nella nostra mente, che l'anima riceve fin dal primo istante della sua esistenza.
Tale dottrina, antichissima, risale a Platone, ma era stata riproposta da Cartesio in età moderna.
Essa veniva dimostrata dai suoi fautori in base alla constatazione della presenza di un certo numero di verità fondamentali in ogni uomo, indipendenti dalle condizioni esterne, ad esempio il principio di non contraddizione che così si definisce:
"è impossibile che una cosa sia e non sia allo stesso tempo"
Locke critica questa tesi sostenendo che è falsa: i bambini e gli idioti (cioè coloro che sono affetti da un deficit mentale) non hanno la minima nozione di simili principi, pertanto non sussiste un consenso universale.
Tra gli uomini non vi è consenso neppure sulle norme morali, ad esempio sull'idea di male e bene. Questa disparità di vedute confuta l'innatismo, mostrando la falsità delle argomentazioni che lo sostengono e che ostacolano, secondo Locke, il progredire della conoscenza.
⬥ L'ORIGINE DELLA CONOSCENZA
Se non possiamo affidarci a nozioni possedute fin dalla nascita, da dove deriva la nostra conoscenza? La risposta di Locke è che essa dipende interamente dall'esperienza.
La mente di un neonato, infatti, è come un foglio bianco, ossia è una facoltà priva di contenuti. Tutte le idee provengono dall'esperienza.
- le idee di sensazione*, che provengono dagli oggetti esterni tramite i cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto);
- le idee di riflessione*, che derivano dall'esperienza interna, la quale, oltre alle operazioni proprie della mente, comprende gli stati d'animo e le passioni.
Sensazione e riflessione sono le uniche fonti della nostra conoscenza.
Si capisce perché i bambini acquisiscano in modo graduale le loro cognizioni, le quali sono tanto più strutturate quando vive e varie sono le esperienze che essi fanno.
Di qui il ruolo centrale che ha in Locke il tema dell'educazione, a cui egli dedicò uno scritto di grande interesse pedagogico (Pensieri sull'educazione).
⬥ LA CLASSIFICAZIONE DELLE IDEE
Locke dopo aver spiegato l'origine delle idee, procede a distinguerle in due grandi classi:
⬥ LA CLASSIFICAZIONE DELLE IDEE
Locke dopo aver spiegato l'origine delle idee, procede a distinguerle in due grandi classi:
- le idee semplici°, che derivano dalle esperienze elementari della sensazione* o della riflessione*;
- le idee complesse^, che provengono dall'elaborazione delle idee semplici°.
Una volta che la mente ha ricevuto passivamente le idee semplici, può immagazzinarle, riprodurle e combinarle, formando così quelle che Locke definisce idee complesse.
Ne consegue che l'intelletto non può creare nuove idee semplici, indipendenti dall'esperienza, né distruggere quelle che provengono da essa.
Le idee complesse^ si distinguono in:
- idee di modi^: non sussistono di per sé ma sempre in relazione a una sostanza;
- idee di sostanze^: sono riferite a qualcosa di esistente in sé che funge da sostrato;
- idee di relazione^: derivano dal rapporto istituito tra le idee semplici.
La conoscenza, secondo Locke, è circoscritta alle certezze sensibili,
esterne o interiori, è affidabile e sufficiente a orientarsi nel
mondo ma non assoluta.
Le uniche due certezze non sensibili sono quelle
dell'io e di Dio.
La probabilità rappresenta il vasto campo su cui l'uomo, in assenza
della certezza assoluta, può comunque fare affidamento, vagliandone la
conformità con l'esperienza o con la testimonianza di altri soggetti.
In definitiva, la ragione, moderata dall'esperienza, resta l'unico strumento di cui disponiamo per orientarci nel mondo.
⬥ IL LINGUAGGIO
Il terzo libro del saggio sull'intelletto umano è dedicato interamente al problema del linguaggio.
Le parole, secondo l'autore,
sono associate per convenzione alle idee allo scopo di rappresentarle.
Secondo il filosofo, i fini del linguaggio e della comunicazione sono:
- Rendere noti agli altri i propri pensieri o idee;
- Farlo nel modo più facile e rapido possibile;
- Comunicare in tal modo la conoscenza delle cose.
⬥ LA CONCEZIONE DELLO STATO E L'AFFERMAZIONE DELLA TOLLERANZA
Locke,
oltre che fondatore dell'empirismo, è considerato anche il principale
teorico del pensiero liberale e democratico moderno.
Le sue idee sulla politica, esposte soprattutto nei Due trattati sul governo civile, ebbero vasta eco in tutta Europa (in particolare presso gli illuministi francesi) e influenzarono i padri della Dichiarazione d'indipendenza (1776)e della Costituzione degli Stati Uniti d'America (1787).
Secondo Locke occorre tenere distinti l'ambito politico, finalizzato a fare leggi e a farle rispettare, e l'ambito religioso, finalizzato a soddisfare i bisogni spirituali, poiché la
Chiesa è una società libera e volontaria.
Un punto fondamentale per
Locke è che nello Stato vale il principio della tolleranza religiosa,
fondato sul fatto che nessuna religione è superiore alle altre e la fede
non può essere imposta con la forza.
La concezione dello stato di natura e del contratto sociale sono argomenti presi in considerazione sia da Locke, sia da Spinoza, che da Hobbes.
Per Spinoza nello stato di natura gli uomini hanno diritto illimitato su
ogni cosa e possono farsi valere in base alla maggior o minor potenza:
per garantire la propria sopravvivenza gli individui devono unirsi in
una comunità politica in cui è accresciuta la potenza di vita.
Al contrario Hobbes crede che nello stato di natura viga il diritto il
quale determina uno stato di guerra di tutti contro tutti: per evitare
il conflitto e il rischio di estinzione gli uomini devono stipulare un
patto di unione con cui rinunciano al proprio diritto naturale. Tale
accordo coincide con i patto di sottomissione, con cui si cede ogni
potere al sovrano.
Il pensiero di Locke coincide in certi aspetti con quello di Hobbes
andando a differenziarsi però in alcune parti fondamentali: nello stato
di natura vige il diritto di tutti su tutto ma regolato da una legge di
natura di tipo razionale che non impone e danneggia gli altri, per
garantire il diritto gli uomini stipulano un patto di unione con cui si
costituisce la società civile. Tale accordo è ben distinto dal patto di
sottomissione con cui si affida a un governo il compito di salvaguardare
i diritti inalienabili degli individui.
Locke inizia le sue riflessioni partendo dalla definizione dello stato di natura, quella ipotetica condizione originaria in cui si trovano gli uomini quando non sono ancora associati tra loro e disciplinati da una serie di norme positive. Locke ha una visione positiva della natura umana e pertanto crede che i soggetti dello stato di natura non siano esseri asociali e amorali, ma individui illuminati dalla ragione.
Essi infatti possiedono una legge morale di carattere razionale, che deriva direttamente da Dio e prescrive il rispetto di tre diritti specifici, naturali e inalienabili:
- diritto alla vita
- diritto alla libertà
- diritto alla proprietà
Locke ammette tuttavia che in tale stato originario manca la garanzia del diritto:
chiunque potrebbe prevaricare sugli altri mosso da egoismi personali.
E' a questo scopo che gli individui devono stipulare tra loro un
contratto di natura sociale, concezione definita appunto contrattualismo.
Esso comporta due accordi:
- pactum unionis, un patto con cui le persone si riuniscono in una società civile;
- pactum subiectionis, un altro patto con cui decidono di sottomettersi a un'autorità, che ha il compito di perseguire nel modo migliore gli obiettivi collettivi.
⬥ LA PROPRIETÀ PRIVATA
Tra i diritti naturali dell'uomo Locke pone la proprietà privata.
L'uomo ha il diritto inalienabile di godere e disporre dei suoi beni.
Locke asserisce che Dio ha dato la terra come risorsa comune a tutti gli uomini.
Per la prima volta nella storia del pensiero politico si afferma che la legittimazione della proprietà privata sta nel lavoro: la proprietà non è un privilegio acquisito, ma il frutto dell'azione umana.
Tra i diritti naturali dell'uomo Locke pone la proprietà privata.
L'uomo ha il diritto inalienabile di godere e disporre dei suoi beni.
Locke asserisce che Dio ha dato la terra come risorsa comune a tutti gli uomini.
Per la prima volta nella storia del pensiero politico si afferma che la legittimazione della proprietà privata sta nel lavoro: la proprietà non è un privilegio acquisito, ma il frutto dell'azione umana.
Locke riconosce però anche dei limiti alla proprietà privata.
Seguendo l'ispirazione cristiana, sostiene infatti che, essendo gli uomini solidali in quanto figli di Dio, non devono appropriarsi delle cose smodatamente, perché così priverebbero gli altri di ciò che è necessario per la sopravvivenza.
Per Locke la proprietà privata non è costituita soltanto dai possedimenti materiali, ma in termini più generali dalla vita, dalla libertà e dagli averi, e che la società politica nasce proprio per tutelare tale diritto, il più minacciato dallo stato di natura.
⬥ I PRINCIPI FONDAMENTALI DEL LIBERALISMO
I principi che ispirano la concezione del filosofo inglese e che, ancora oggi, si ritrovano alla base delle Costituzioni dei paesi democratici, sono:
I principi che ispirano la concezione del filosofo inglese e che, ancora oggi, si ritrovano alla base delle Costituzioni dei paesi democratici, sono:
- il potere politico si fonda sul consenso dei cittadini, espresso attraverso le decisioni della maggioranza dei loro rappresentanti; è da tale consenso, ad esempio, che deriva il contratto sociale.
- Lo Stato non può governare in modo arbitrario, cioè secondo la propria volontà, ma deve attenersi alle norme promulgate, dichiarate e riconosciute da tutti. Tra i diritti fondamentali che lo Stato deve garantire vi sono quello della proprietà privata, il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, e il diritto alla vita che non deve essere compromessa, ostacolata o umiliata.
- Il potere legislativo, cui compete l'emanazione delle leggi, deve essere separato da quello esecutivo, a cui spetta il compito di farle eseguire anche con l'uso della forza.
Il principio della separazione dei poteri riveste un'importanza storica particolare e costituisce una tesi classica del pensiero liberale.
Esso
nasce dalla considerazione che occorre prevedere una serie di limiti al
potere politico, che servano a moderarlo e a circoscriverlo; se non
esistesse tale controllo esso tenderebbe a divenire assoluto e, quindi, a
prevaricare i legittimi diritti dei cittadini.
Nella riflessione lockaniana il potere legislativo ha una superiorità rispetto a quello esecutivo.








