Thomas Hobbes è una delle personalità più singolari del pensiero moderno e una figura ancora oggi significativa per la radicalità delle posizioni teoriche.Vissuto in uno dei periodi più instabili e sanguinosi della storia inglese, è assertore convinto dell'assolutismo regio (la concezione secondo cui al re, per diritto divino, spetta il potere assoluto), visto come l'unico baluardo contro l'inevitabile disordine a cui la società andrebbe incontro senza un governo monarchico che assommi in sé tutte le prerogative del dominio.
⬥UNA VITA NEL SEGNO DELLA PAURA
Hobbes compie in prima persona l'esperienza dell'individualismo e dell'aggressività di cui è capace l'animo umano, e li descrive nelle pagine delle sue opere, in cui dichiara di essere "fratello gemello della paura".
Sua madre, infatti, lo partorisce prematuramente a causa dello spavento provocato dalla notizia dell'arrivo dell'Invincibile Armata.
Durante la sua lunghissima esistenza Hobbes assiste ai fatti drammatici che colpiscono il suo paese, tra cui lo scontro tra il Parlamento e il sovrano, culminando una vera e propria guerra civile. Nel 1640 Hobbes abbandona l'Inghilterra per il timore che le sue idee filo-monarchiche potessero suscitare dure reazioni da parte dei sostenitori del Parlamento. Si rifugia in Francia.
⬥L'OBIETTIVO FILOSOFICO E POLITICO
Il suo progetto politico nasce da una visione pessimistica dell'essere umano, giudicato fondalmentalmente egoista, avido e violento, secondo il motto:
"homo homini lupus"
(ogni uomo è un lupo per l'altro uomo)
Questa concezione negativa della natura umana porta Hobbes a descrivere l'uomo come un essere alla mercé del proprio interesse personale,
in assenza di regole e di una forma superiore di controllo, gli
impedisce di riconoscere limiti naturali al suo agire, se non la forza e
la prepotenza dell'altro.
Il filosofo mira a elaborare una dottrina politica sulla cui base organizzare una comunità ordinata e pacifica.
Avvalendosi di una precisa strategia argomentativa, Hobbes tende quindi a dimostrare come l'assolutismo politico sia una necessità logica e razionale, quasi l'esito di un ragionamento condotto secondo un metodo rigoroso.
⬥LA PROSPETTIVA MATERIALISTICA
Tutta la dottrina di Hobbes è incentrata sulla convinzione secondo cui gli individui sono animati dall'egoismo e mossi ad agire in vista del proprio interesse personale, in una condizione di perenne conflitto di tutti contro tutti.
Tale concezione deriva dalla prospettiva materialistica con cui Hobbes guarda all'uomo, considerandolo un essere interamente naturale e corporeo: per il filosofo, infatti, non solo le funzioni fisiologiche ma anche quelle mentali possono e devono essere spiegate in termini esclusivamente materiali, senza ricorrere a principi spirituali o ideali.
Il materialismo è la considerazione filosofica secondo cui tutto è materia e lo spirito non esiste perché sarebbe contraddittorio ammetterne l'idea, dal momento che solo i corpi possono agire o subire un'azione.
Tutta la dottrina di Hobbes è incentrata sulla convinzione secondo cui gli individui sono animati dall'egoismo e mossi ad agire in vista del proprio interesse personale, in una condizione di perenne conflitto di tutti contro tutti.
Tale concezione deriva dalla prospettiva materialistica con cui Hobbes guarda all'uomo, considerandolo un essere interamente naturale e corporeo: per il filosofo, infatti, non solo le funzioni fisiologiche ma anche quelle mentali possono e devono essere spiegate in termini esclusivamente materiali, senza ricorrere a principi spirituali o ideali.
Il materialismo è la considerazione filosofica secondo cui tutto è materia e lo spirito non esiste perché sarebbe contraddittorio ammetterne l'idea, dal momento che solo i corpi possono agire o subire un'azione.
Il materialismo di Hobbes viene
definito più propriamente "corporeismo", in quanto l'autore ritiene che esistano e siano conoscibili soltanto i corpi.
⬥IL LINGUAGGIO
L'intelletto, per Hobbes, ha una funzione di computazione, in quanto
collega i nomi attribuiti alle immagini delle cose grazie al linguaggio, il quale, a sua volta, svolge il duplice compito di memorizzazione e comunicazione.
Il linguaggio consente inoltre alla ragione di operare la generalizzazione necessaria alla costruzione della scienza.
E' grazie al linguaggio che possiamo esprimere il nostro pensiero.
Esso serve a far comprendere agli altri le cose che pensiamo e le connessioni che abbiamo stabilito tra esse.
Nella prospettiva materialistica hobbesiana anche i concetti di bene e di male sono conducibili alla corporeità, identificandosi con ciò che favorisce o danneggia la conservazione fisica dell'uomo.
La libertà, poi, si riduce alla ''libertà di fare ciò che la volontà ha deciso'', e non è mai ''libertà di volere'', essendo la volontà necessitata.
⬥LA TEORIA DELL'ASSOLUTISMO POLITICO
Contro la concezione aristotelica dell'uomo come "animale politico", Hobbes afferma che gli individui non possiedono un naturale istinto "socievole" o "amorevole" verso gli altri, essendo piuttosto dominati da sentimenti quali il bisogno e il timore.
Tale passioni caratterizzano per Hobbes lo "stato di natura", la condizione originaria antecedente la formazione della società, in cui regna la guerra di tutti contro tutti: in essa infatti, ogni persona mira a procurarsi ciò che serve alla propria sopravvivenza e autoconservazione, perseguendo il proprio bene a scapito di quello altrui.
In tale contesto non esiste limitazione al diritto dell'individuo, in quanto ciascuno può possedere, usare e godere di tutte le cose che vuole e che sono a portata di mano, e dunque è inevitabile la sopraffazione reciproca: ognuno è nemico dell'altro, avendo come unico pensiero ed esclusiva occupazione di prevenirne le mosse e di offenderlo prima di essere offeso.
Contro la concezione aristotelica dell'uomo come "animale politico", Hobbes afferma che gli individui non possiedono un naturale istinto "socievole" o "amorevole" verso gli altri, essendo piuttosto dominati da sentimenti quali il bisogno e il timore.
Tale passioni caratterizzano per Hobbes lo "stato di natura", la condizione originaria antecedente la formazione della società, in cui regna la guerra di tutti contro tutti: in essa infatti, ogni persona mira a procurarsi ciò che serve alla propria sopravvivenza e autoconservazione, perseguendo il proprio bene a scapito di quello altrui.
In tale contesto non esiste limitazione al diritto dell'individuo, in quanto ciascuno può possedere, usare e godere di tutte le cose che vuole e che sono a portata di mano, e dunque è inevitabile la sopraffazione reciproca: ognuno è nemico dell'altro, avendo come unico pensiero ed esclusiva occupazione di prevenirne le mosse e di offenderlo prima di essere offeso.
Nello
stato di natura non c'è spazio per dedicarsi al lavoro, alla scienza o
alle arti, poiché i frutti sarebbero esposti alla minaccia costituita dall'invidia e dall'avidità degli altri.
Quando si vive nel terrore di una morte improvvisa e violenta, non si
può coltivare la terra, né praticare la navigazione, né costruire
edifici o quant'altro. La vita dell'uomo in questo stadio è solitaria,
misera, brutale e breve.
Lo stato di natura
è dunque la condizione ipotetica, in cui gli uomini vivono in predo al proprio
egoismo, senza alcuna legge stabilita e concordata, e perseguono il
proprio interesse a scapito degli altri.
⬥L'ESPERIENZA DELL'OSTILITA' E DEL CONFLITTO
Nei tempi drammatici in cui Hobbes vive, quando gli uomini si mettono in viaggio prendono con se le armi e si fanno accompagnare da qualcuno che li protegga; quando la notte vanno a dormire, chiudono a chiave tutte le porte in casa.
Quale deve essere pertanto l'opinione che ognuno ha dell'altro, se si viaggia armati, si chiudono gli ingressi, non ci si fida neppure dei figli, dei famigliari e dei servitori?
E' innegabile che in ogni tempo i re e i governanti dei vari paesi si sono comportati come i gladiatori romani, con le armi puntate e gli occhi fissi l'uno sull'altro. In altre parole, per quanto le guerre combattute con le armi non costituiscano la norma, tuttavia la vita degli uomini è costellata di misure atte a difendersi da possibili attacchi o ad offendere gli altri al momento opportuno. Tutto ciò è un chiaro segno di quella predisposizione alla guerra che caratterizza la natura umana.
L'ostilità, il conflitto, la violenza sono dunque prerogative dello stato di natura. Bisogna precisare che tale concezione non costituisce tanto una realtà effettiva quanto un'ipotesi teorica razionale su ciò che potrebbe verosimilmente accadere nella società umana se non ci fosse una forma di potere superiore a regolamentare i rapporti tra gli individui.
Lo stato di natura si rivela un'ipotesi verificata in alcune circostanze di fronte alle quali diventano evidenti i rischi a cui l'umanità è continuamente esposta e la necessità di istituire ordinamenti giuridici che possono aiutare a contenerli.
Nei tempi drammatici in cui Hobbes vive, quando gli uomini si mettono in viaggio prendono con se le armi e si fanno accompagnare da qualcuno che li protegga; quando la notte vanno a dormire, chiudono a chiave tutte le porte in casa.
Quale deve essere pertanto l'opinione che ognuno ha dell'altro, se si viaggia armati, si chiudono gli ingressi, non ci si fida neppure dei figli, dei famigliari e dei servitori?
E' innegabile che in ogni tempo i re e i governanti dei vari paesi si sono comportati come i gladiatori romani, con le armi puntate e gli occhi fissi l'uno sull'altro. In altre parole, per quanto le guerre combattute con le armi non costituiscano la norma, tuttavia la vita degli uomini è costellata di misure atte a difendersi da possibili attacchi o ad offendere gli altri al momento opportuno. Tutto ciò è un chiaro segno di quella predisposizione alla guerra che caratterizza la natura umana.
L'ostilità, il conflitto, la violenza sono dunque prerogative dello stato di natura. Bisogna precisare che tale concezione non costituisce tanto una realtà effettiva quanto un'ipotesi teorica razionale su ciò che potrebbe verosimilmente accadere nella società umana se non ci fosse una forma di potere superiore a regolamentare i rapporti tra gli individui.
Lo stato di natura si rivela un'ipotesi verificata in alcune circostanze di fronte alle quali diventano evidenti i rischi a cui l'umanità è continuamente esposta e la necessità di istituire ordinamenti giuridici che possono aiutare a contenerli.
⬥L'USCITA DALLO STATO DI NATURA E L'ORIGINE DELLA SOCIETA' CIVILE
Hobbes continua il suo ragionamento seguendo un procedimento rigorosamente deduttivo: essendo lo stato di natura caratterizzato da un'ostilità che rischia di distruggere la stessa natura umana, colui che desidera continuare a vivere in una tale condizione si contraddice, perché vuole al tempo stesso la propria vita e la propria morte.
L'unica soluzione per uscire da questa situazione misera è seguire la via a noi indicata dalla ragione, la quale prescrive alcune leggi naturali fondamentali.
Hobbes continua il suo ragionamento seguendo un procedimento rigorosamente deduttivo: essendo lo stato di natura caratterizzato da un'ostilità che rischia di distruggere la stessa natura umana, colui che desidera continuare a vivere in una tale condizione si contraddice, perché vuole al tempo stesso la propria vita e la propria morte.
L'unica soluzione per uscire da questa situazione misera è seguire la via a noi indicata dalla ragione, la quale prescrive alcune leggi naturali fondamentali.
Secondo tali indicazioni è razionale e opportuno che gli uomini
sacrifichino i propri diritti naturali e costituiscano una società
civile e politica.
A tal fine essi devono stabilire un patto di unione con cui le loro volontà convergono verso un medesimo obbiettivo, ossia la sopravvivenza collettiva; e un patto di sottomissione, grazie al quale cedono i propri diritti e poteri ad un uomo o ad un'assemblea di uomini, in grado di ridurre i diversi voleri ad una sola volontà.
Si tratta di un qualcosa di più di un semplice accordo.
⬥OPERA: "IL LEVIATANO"
Il potere attribuito all'autorità, che ha il compito di emanare e di fare rispettare le leggi, per Hobbes deve essere assoluto.
Il potere attribuito all'autorità, che ha il compito di emanare e di fare rispettare le leggi, per Hobbes deve essere assoluto.
Allo Stato assoluto il filosofo dà il nome di Leviatano,
il mostro marino di cui si parla nel libro di Giobbe nell'Antico
Testamento per simboleggiare la potenza dei faraoni d'Egitto: una creatura terribile e mostruosa, la più terribile esistente sulla faccia della Terra.
Tale denominazione si giustifica secondo Hobbes perché il potere sovrano è immenso, unificando in sé quello di tutti gli altri individui, diventati sudditi.
Lo Stato (o Leviatano) che ne deriva ha un potere assoluto: esso deve emanare le leggi e farle rispettare punendo severamente chi le trasgredisce, ma non è obbligato ad obbedirvi a sua volta, essendo il patto stipulato dai sudditi tra loro e non con il sovrano.
Lo Stato (o Leviatano) che ne deriva ha un potere assoluto: esso deve emanare le leggi e farle rispettare punendo severamente chi le trasgredisce, ma non è obbligato ad obbedirvi a sua volta, essendo il patto stipulato dai sudditi tra loro e non con il sovrano.
Esso ha
inoltre il pieno controllo sulle azioni e opinioni di tutti e stabilisce
i criteri del bene e del male.
Tuttavia, lo Stato ha anche dei limiti, in quanto non può emanare ordini che mettano a repentaglio la vita o l'incolumità fisica dei sudditi (sarebbe contrario al suo scopo di tutela della loro sicurezza), e deve lasciare un margine di libertà agli individui nella loro sfera privata.
Nel
frontespizio del suo capolavoro Hobbes fece raffigurare il re proprio
come un individuo sovra-umano, dotato delle teste di una moltitudine di
uomini, quasi a mostrare tangibilmente questa concentrazione di tutti i poteri nelle mani di una sola persona.Hobbes spiega che si può raggiungere un tale ruolo "sovrano" in due modi:
- Il primo prevede l'impiego della forza, ad esempio quando un uomo impone ai suoi figli di sottomettersi al suo dominio, avendo la facoltà di punirli se si rifiutano
- Il secondo prevede invece un accordo tra le persone, le quali si assoggettano volontariamente a un'autorità, al fine di garantire la propria sopravvivenza.
Quest'ultima modalità configura uno Stato politico o istituzionale, mentre la prima uno Stato per le autorità, patriarcale e dispotico.
La preferenza del filosofo è per la monarchia, per motivi di carattere pratico che egli sostiene con validi argomenti:
- non c'è motivo di pensare che il re agisca per i propri interessi a scapito di quello pubblico;
- il re può prendere le sue decisioni in totale segretezza, mentre nei gruppi più numerosi le informazioni più importanti possono raggiungere il popolo creando dissensi dannosi al bene comune.
Per quanto riguarda la religione, Hobbes ritiene che il sovrano debba assumere anche la suprema autorità religiosa perché, una volta riconosciuto il suo potere assoluto, non si può ammettere un'altra autorità indipendente che ne contrasti il dominio.




